Utilities gestite da non profit
(21-05-2007)
Utilities affidate a fondazioni non profit. Con un'efficiente gestione delle reti e delle infrastrutture secondo criteri aziendali, senza interferenze politiche, dove gli utili vengono reinvestiti o distribuiti tra i soci non sotto forma di dividendi, ma di sconti tariffari. E dove i cittadini hanno voce in capitolo e siedono nel consiglio d'amministrazione.
La proposta di aprire al non profit le reti di pubblica utilità è della Fondazione per la sussidiarietà, consegnata sabato scorso nelle mani del ministro per gli Affari regionali, Linda Lanzillotta, nel corso della tavola rotonda che ha chiuso la Scuola internazionale di sussidiarietà alla Venice International University promossa in collaborazione con l'Icesd. Proprio mentre a Roma prosegue il dibattito alla commissione Affari costituzionali del Senato sulla riforma dei servizi pubblici locali che porta il nome del ministro e che secondo la tabella di marcia approderà a Palazzo Madama a fine mese.
«Da anni l'Italia è impegnata nel dibattito tra pubblico e privato - sottolinea Paola Garrone, economista e responsabile del Dipartimento public utilites della Fondazione per la sussidiarietà - e con una valutazione attenta si potrebbe sperimentare un modello di questo tipo per il servizio idrico e per il trasporto pubblico locale. Le esperienze estere, come quelle in Gran Bretagna o negli Usa dimostrano che le non profit Utilities funzionano».
Lo strumento individuato per importare il modello anche in Italia è quello delle fondazioni senza scopo di lucro con due funzioni fondamentali: la proprietà delle reti e degli impianti e la titolarità delle decisioni di investimento per lo sviluppo e il rinnovo degli asset. «Uno schema - prosegue Garrone - che non chiude la porta alla gestione operativa del servizio da parte di imprese private, che può avvenire tramite gare e dunque si concilia con il ddl Lanzillotta».
La vera rivoluzione è rappresentata dalla governance. La fondazione - si legge nella proposta - permette un'efficace rappresentanza dei diversi stakeholder. Un esempio? Nel Cda, accanto ai rappresentanti degli enti locali o a quelli degli utenti industriali, siedono i cittadini residenti che potranno dire la loro sugli investimenti o sugli aumenti tariffari. Il finanziamento dell'attività è realizzato con l'emissione di titoli di debito a lungo termine sui mercati finanziari. La proposta prevede poi per le fondazioni il vincolo a reinvestire gli utili o a restituirli in parte ai clienti sotto forma di sconto tariffario, ma anche a consultare i cittadini in caso di vendita della proprietà. Un elemento, quest'ultimo, che costituisce anche una garanzia agli occhi dei mercati finanziari. Le reti non sono in concessione, ma in proprietà. Questo, inoltre, riduce il rischio economico - quindi il costo di capitale - e permette ammortamenti compatibili con la vita utile dell'asset.
«Le reti di infrastrutture sono un patrimonio di pubblica utilità ed è opportuno che vengano tenute sotto il controllo pubblico -spiega Marco Piuri, direttore generale del gruppo Ferrovie Nord, che ha collaborato alla stesura della proposta - ma questo non vuoi dire solo società di capitale il cui azionista è un ente pubblico. Chiediamo di sperimentare modelli diversi, prevedendo anche meccanismi di verifica e di consultazione con il territorio, come il referendum».
D'accordo su un'apertura al non profit è anche l'economista Giulio Sapelli, che però avverte: «La governance deve essere eccellente, con la nomina meritocratica dei dirigenti, un passo indietro dei partiti e conti trasparenti, per evitare l'eterogenesi dei fini, magari con l'istituzione di comitati di garanti».
Chiara Bussi (Il Sole 24 Ore )
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